Critica

Francesca Magro, "Immaginazione", 1998, particolare

Incandescenze

di Luciana Schiroli

Tensione e visionarietà sono dominanti nelle opere di Francesca Magro; i tagli prospettici arditi, gli accesi contrasti cromatici e la forte carica luministica sono una vera provocazione per l'occhio spesso abituato a percepire architetture composte e leggere modulazioni tonali.
Un linguaggio, è il suo, inedito e spiazzante che si avvale di strutture geometriche inusuali che coniugano indifferentemente le linee ortogonali con le linee curve, in una dialettica di rapporti spaziali e mentali che le sonorità cromatiche evidenziano con sicurezza.
Ritorna alla mente l'antico frammento "... allo stesso modo che i carboni accostandosi al fuoco diventano incandescenti per mutazione e una volta lontani dal fuoco si spengono..." Qui, nelle “apparizioni” della Magro, il porsi in relazione diventa vitale, ritorno alla sorgente originaria dell'essere, ritrovamento dell'autentica identità: un relazionarsi che non è lotta o travalicamento, ma quieta tensione, perché ogni cosa è quello che è solo nel momento del confronto con le altre cose.
C'è, tra queste incandescenti forme, una sottesa vibrazione; ed intuibile è il bisbiglio delle parole attraverso la materia che diventa colore e luce e attraverso la forma che diventa movimento.
La luce è interna alla materia che, apparentemente timbrica, è giocata con una tecnica attenta e funzionale.
Differentemente dall'opera metafisica, qui non c'è da attendere l'evento, perché esso è in atto nel momento della visione. Che si stia verificando un incontro, lo si arguisce dal porsi degli oggetti nell'economia dell'intero quadro, ma non altrettanto prevedibile è il contenuto del dialogo, del conversare.
E' a questo proposito che l'opera rivela il suo forte potenziale espressivo, che diventa ipotesi, congettura, non univoca comunque.
Un'opera aperta, dunque, ad ogni interpretazione, ma chiara nel suo messaggio più profondo: solo nella relazione c'è vita, solo nel ritorno al tutto c'è la coscienza più piena del proprio io.

Varese, maggio 1998