Critica

Francesca Magro, "Panneggi", 2015, particolare.

A Pelle

di Giancarlo Ricci

Partiamo dall'origine. Dall'incontro tra ovulo e seme. Quando l'involucro di una cellula tocca un altro involucro. E dove l'embrione cresce pelle a pelle con la placenta, nel ventre della madre. Poi la nascita, dove la pelle si dilata e dove la pelle del nascituro esce dalla pelle della madre. La vita incomincia a respirare quando la propria pelle non è più pelle a pelle con l'Altro corpo. La vita incomincia quando la pelle si divide e si differenzia.
Questione immane la pelle, perché incomincia come membrana che contiene vita. Embrione, cellula, ameba. La vita incomincia quando una pelle incomincia a formarsi. Zona di confine, di frontiera, di definizione. In seguito la pelle raccoglie, trattiene, delimita, distingue. Ma sotto? C'è anche il sottopelle, membrane, epidermidi. Poi la carne, la viva carne, ma anch'essa con una superficie e le sue pieghe. E poi ancora il corpo, il suo contorno, la sua forma, la sua figura.
La pelle in definitiva ci parla di uno spazio di vita, di una dimensione che va sotto, che sta sotto, che si estende in una profondità impensabile e che si perde tra bordi, pieghe e interstizi. Semplicemente la pelle trattiene, o ancor meglio, resiste tenacemente a mantenere la vita in un corpo, fa di tutto per farlo vivere. La psicoanalisi parla di “pelle psichica” e di “seconda pelle” per mettere in evidenza non tanto la pelle come corazza quanto la resistenza della pelle, la sua strutturale vitalità. La pelle scandisce il ritorno della vita, il suo affacciarsi ancora al mondo.

L'arte non può essere mai fine a se stessa. E in effetti quel che Francesca Magro mostra, in queste opere che paiono emblemi aperti all'ignoto, è che la vita, o meglio la sua condizione, si trova altrove. Noi la viviamo a pelle ma essa abita l'interno, le grotte abissali dell'origine dove grumi di materia prendono forma e consistenza, e dove informi tracce cellulari si perdono in mappe improbabili.
I profili, i disegni, le masse, le figure, gli ambienti che incontriamo in queste opere di Magro interrogano con “artistica” sapienza l'umano, il suo grado zero. Evocano con leggerezza una condizione preumana. Accompagnano verso la soglia estrema dell'umano e del vivere umano. Ci troviamo immersi in un tempo onirico e mitico. Eppure singolarissima è la grazia e la lievità che l'artista imprime a questi corpi e a questi volti, quasi sempre due o raddoppiati, mentre abitano ambienti umbratili.
Il vivere – parola con cui gli umani chiamano il loro trovarsi da qualche parte – è quel che ritorna in superficie, a fior di pelle, alla luce del giorno. “Dove abita la profondità?” – si chiedeva Hugo von Hofmannsthal “si nasconde nella superficie!”. La profondità si mostra nelle increspature della superficie, nelle sue linee bizzarre, nelle sue luminescenze da cui traspaiono trame impercettibili. Perché è qui che si gioca la partita decisiva, tra questo entre–deux della superficie e della profondità. C'è la pelle, ma sotto scorre il sangue, il suo pulsare lento. La pelle respira, respira di luce, ma questa luce sussulta tra il rosso delle arterie e il blu delle vene. La pelle nasconde e mostra al tempo stesso. La sua natura diafana inganna, si espone allo sguardo indeciso. Tuttavia la superficie lascia vedere, mostra, e talvolta con carnale passione. Basti pensare all'acceso dibattito, dal rinascimento in poi, sull'incarnato. Esso evidenzia il paradosso che solo la superficie è in grado di far vibrare la carne e innescare un erotismo imprevisto. La bellezza è una conseguenza, spesso rassicurante.
Forse tutta la pittura potrebbe riassumersi in una sorta di metafisica della pelle, del panno, del lembo: di ciò che pare visibile e che dovrebbe evocare la consistenza della materia, dei corpi, dei paesaggi o dei pensieri. La sfida tra Zeusi e Parrasio è un teorema sull'inganno e l'illusione. Se Zeusi dipingendo un grappolo d'uva riesce a far accorrere uccelli che becchettano la tela, Parrasio inganna gli umani che non riconoscono più la differenza tra la finzione della pittura e la realtà. Come dire che la verità viene sempre a galla, a pelle, potremmo dire, crudelmente e tragicamente a pelle.
Forse può essere questa la cifra del gesto di Michelangelo Buonarroti che nel Giudizio Universale, nel raffigurare san Bartolomeo mentre esibisce la propria pelle scuoiata, fa assumere al volto del santo le sembianze del proprio autoritratto. Volto ridotto a nuda pelle, dunque. Volto smascherato. Volto in anamorfosi. Volto denudato. Appunto: il gesto dell'artista esige questo crudele spossessamento, una convivenza con l'impersonale, una lacerazione insituabile.

Milano, 2017