Critica

Francesca Magro, "Aria", 2010, particolare

Il lavoro di Francesca Magro

di Luca Pietro Nicoletti, 2010

Il problema della carne: dal Körper al Leib, dalla rappresentazione alla fruizione.

In tempi recenti, Francesca Magro è ritornata alla pittura pura, lasciando fra parentesi l'esperienza dei plexiglas e dei reliefs per sviluppare quegli accenti maggiormente figurativi. Per fare questo, ha attinto a piene mani a quel repertorio di soluzioni visive della sua produzione pittorica precedente, specialmente quella che va dagli anni Ottanta (per la quale rimane un punto importante la lettura datane dal pittore Giancarlo Ossola) alla metà degli anni Novanta. Vengono da lì, infatti, certe accensioni cromatiche cangianti, a volte anche fosforescenti, che si dispiegano su ampie porzioni di fondo. Anche nella fase più propriamente astratta del suo lavoro, in realtà, Francesca Magro ha sempre sentito il colore in maniera fortemente contrastante, aggressiva; si verificavano meno, però, accostamenti, ad esempio, fra arancioni e figure in grigio-verde, con un effetto di contrasto anche sotto il profilo tonale. […] In una serie di piccoli disegni a penna ha messo in piedi l'ossatura compositiva della rappresentazione in cui va in scena un vero e proprio teatro della trasformazione biomeccanica. In un ambiente fluttuante, prende ora vita una serie di azioni sulla figura umana, come di vivisezioni, di eviscerazioni, di applicazioni di protesi di vario genere sulla figura umana: l'essere umano sta subendo una radicale metamorfosi di ibridazione con le macchine e la tecnologia. Il mondo della scienza, sembra voler dire Francesca Magro, sta trasformando l'individuo non solo sul piano percettivo e dell'esperienza sensibile, ma lo sta sottoponendo a un mutamento più radicale, ne sta facendo un oggetto di sperimentazione a tutto campo. Da carne sensibile che registra le sollecitazioni sensoriali del mondo esterno, il corpo qui è diventato carne inerte, sottoposta a un teatro di crudeltà inaudite, ma osservate con distacco narrativo. Su questo punto queste opere si innestano sul problema filosofico della “carne” e della distinzione che fu fatta in ambito estetico, secondo una definizione di Husserl, fra il Leib, cioè il corpo proprio, il nostro corpo vivente della “autoaffezione”, e il Körper, cioè il corpo stabile e non sensibile, avulso dal suo ambiente vitale e dalla sua capacità di memoria, di cui si dà la gnosi. Il primo abita i luoghi, ne registra le sensazioni, è un ricettore sensibile che capta dal mondo tutte le sollecitazioni che questo gli trasmette; il secondo, che è quello coinvolto nella rappresentazione di queste opere, abita lo spazio in modo fisico e inerte: è una carne su cui ci si può accanire, carne da macelleria che non soffre più. È un problema che ha coinvolto in maniera determinante, con varie declinazioni, l'interpretazione del lavoro di Francis Bacon, in cui si è vista la registrazione delle sensazioni da parte di un corpo che si trasforma sotto l'effetto di spinte esterne, ma che non è in grado di percepire in modo percettivo. Questo vale, con tutte le distinzioni che la distanza di stile prevede, per il lavoro recente di Francesca: i suoi corpi sono fatti di una carne, appunto, che si offre al tavolo della vivisezione per essere amputato, modificato, tramutato in qualcosa di diverso, ma senza che sui volti di queste figure si disegnino smorfie di dolore o segni di sofferenza. Queste figure non soffrono, forse, perché la loro carne non può percepire dolore, appunto perché diventata una essenza fisica, una materia organica pura e adatta alla sperimentazione. In fondo, queste figure hanno l'espressione un po' stupita dei robot, e si muovono a scatti, quasi fosse in corso anche una assimilazione fra l'uomo e la macchina, fra l'umano e l'umanoide.