Critica

Francesca Magro, "Telemaco-Stephen bambino", 1988, particolare

Stanze segrete

di Attilio Lunardi

Dentro un'attiva inquietudine, in spazi in cui la Storia è sempre contemporanea, si compie il processo di una conoscenza profonda attraverso un succedersi di rivelazioni che rivestono un carattere numinoso. In un “Luogo” empirico si compiono accadimenti narrativi, secondo precise leggi di un contrappunto segreto che attinge alle radici di una memoria dolorosa e che trova lenimento nel farsi forma e storie. Dello spazio naturale viene resa visibile la legge celata della struttura geometrica che interagisce ritmicamente all'interno di questi contenitori di emozioni. La distribuzione ortogonale dei piani, non solo geometrizza e riduce all'ordine razionale la realtà stessa, ma crea la situazione ideale per il riproporsi degli eventi.
Questo ordine cercato con caparbia volontà e trovato nella sacralità del lavoro determina un clima di attesa, quasi che da un momento all'altro le ampie ante di colore debbano aprirsi per farci entrare in stanze segrete dove si compie, nella dimensione del silenzio, la ricerca dell'Io profondo. In un flusso di sensazioni e di situazioni tra il mondo presente e la sua dicibilità, vengono catturati quei grafemi ancestrali che introducono agli strati più sostanziali della memoria, che qui diventa attuale e che si propone come futuro. A mano a mano che si approfondisce il significato dei segni, più il silenzio diventa profondo e la capacità meditativa più concreta.
Attraverso una tecnica analogica, fatta di colorati accadimenti, l'autrice stende puntualmente l'ampio affresco delle sue storie e ferma le figure in un involucro atemporale, quasi a volerle donare intatte e incontaminabili dalla corruzione del presente, al presente stesso.
Quasi pagine di un segreto e ora, in parte, palesato diario, si profondono gli incantamenti di terragni sentori e nel laboratorio sperimentale di questi “Rettangoli magici” avvengono le alchimie del ricordo in una rarefatta atmosfera sottesa di una sottile ironia.
I piani si propongono come schermi per una rappresentazione in più tempi e la trama si dipana ariosa e robusta in un rimando continuo dal particolare all'insieme.
L'avvenimento del quadro è sempre “una figura” che emana energie centrifughe e nello stesso tempo attira dentro sé, quasi Circe inconsapevole, gli elementi esterni per trasformarli in “cose sue”, in gelosi possessi di pensieri e di fatti. Non vi è distinzione di grandi temi e piccoli temi; tutto appartiene contemporaneamente al mondo della realtà ed al mondo dello spirito e ha la sua utilità, la sua offerta, la sua materia da indagare e da vivere.
In questo ritrovare se stessa, l'artista rende accessibile il senso misterioso del mondo e del suo fare e, nell'unione profonda con il suo limo poetico, prende coscienza del dire per immagini e rende concreto ogni avvenimento. Nella continua ricerca dell'armonia tra il mondo in cui vive ed il mondo che vive in lei c'è il senso possibile per una individuazione dei vincoli che uniscono le forme all'interno della sua creazione artistica.
Abbandonando le forme legittimate dalla consuetudine, l'autrice crea nuove analogie e nuove parvenze, indaga i segreti delle sue figure dentro gli involucri severi in cui manifesta una singolare natura che, attraverso una autentica mobilità spirituale, racconta della sua fecondità e ricchezza. Nella trama unificatrice delle metafore e nel presentimento di un possesso dei valori vissuti, si compie il significato di una avventura poetica intrapresa con strumenti sicuri e con chiarezza di valori, dove apparenza e sostanza, spirito e corpo, sono una cosa sola e come una cosa devono vivere.

Milano, aprile 1987